Certe volte la natura è molto più provvidenziale degli esseri umani. È il caso della mucuna pruriens, un legume infestante, che cresce spontaneamente nelle zone tropicali e che contiene una buona percentuale di levodopa, un precursore della dopamina usato nella cura della malattia di Parkinson.

È chiaro che la natura in questo caso non va incontro a chi vive in Paesi più sviluppati in cui farmaci contenenti il principio attivo si trovano da anni, in tante formulazioni e con sistemi capaci di dare meno effetti collaterali, a un costo per lo più irrisorio, a seconda del servizio sanitario nazionale di turno.

Una soluzione per chi vive nelle zone più povere

Ma è importante per chi vive in piccoli e remoti villaggi nelle zone più povere del pianeta, con pochi mezzi di sostentamento. In questi casi la mucuna pruriens potrebbe rappresentare un’utile alternativa, salvavita.

Provare a portarla a queste persone è quanto sta facendo il gruppo di Roberto Cilia, neurologo presso la Fondazione Irccs Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, impegnato in diversi studi in Sud America e Africa, che i comitati etici locali hanno approvato e registrato sui portali di riferimento nazionale (la ricerca è stata finanziata dalla Fondazione Grigioni per il Morbo di Parkinson, con sede a Milano).

Le caratteristiche

“La caratteristica della mucuna pruriens è che contiene levodopa in alta percentuale, intorno al al 5-6% del peso netto del fagiolo” spiega Cilia. “Se ne conosceva già l’impiego nel Parkinson dalla medicina ayurvedica e ora la stiamo testando per verificarne sicurezza e tollerabilità a lungo termine nei pazienti che non si possono permettere terapie mediche standard e hanno una malattia non trattata o sottotrattata. E che di conseguenza muoiono per complicanze o hanno una sopravvivenza e qualità della vita inferiore rispetto alle altre popolazioni parkinsoniane nel resto del mondo”.

La levodopa assunta per via orale si trasforma in dopamina già a livello intestinale, non riuscendo così a penetrare nel sistema nervoso centrale ed esplicare la sua azione. Per questo da tempo si trova in commercio in associazione con un inibitore della dopa-decarbossilasi periferica (un enzima deputato alla trasformazione della levodopa come la carbidopa e la benserazide), che fa sì che la molecola arrivi nel Snc e solo lì si converta nel neurotrasmettitore.

La mucuna pruriens non ha questi inibitori, motivo per cui deve essere somministrata a dosi maggiori, in modo che una giusta quantità di sostanza attiva superi la barriera ematoencefalica. “Parliamo di somministrare almeno 500 mg di levodopa, di cui 400 si distruggono in periferia e 100 arrivano al cervello – precisa Cilia – pari a 8-10 g di polvere di mucuna che nei pazienti con Parkinson più lieve è assunto 2-3 volte al giorno, fino ad arrivare a 5-6 nelle forme più avanzate”.

La preparazione

I legumi vengono privati della buccia e poi tostati in padella o in altro modo. Ciò che rimane viene tritato e passato al setaccio per ottenere una polvere poi sciolta in acqua. Il sapore ricorda le noccioline americane, che può non piacere a tutti, come riferisce Cilia. Gli unici effetti collaterali associati al trattamento sono proprio questi, difficoltà ad assumerlo e nausea e raramente, vomito dovuti alla conversione della levodopa a livello intestinale, ma sono molto meno rispetto a quanto si aspettassero i ricercatori. Inoltre, chi spesso ha difficoltà ad assumerla è un paziente che in precedenza era stato trattato con la terapia standard, e lo preferisce al mucuna per una questione di comodità.

“Siamo partiti con uno studio in Bolivia perché vi era una neurologa che lo stava già testando – afferma Cilia – ma non è un paese in via di sviluppo e a volte i pazienti non lo tolleravano perché erano già abituati a prendere il farmaco o per problemi gastro intestinali. Inoltre in quello studio abbiamo usato il sistema del cross-over, alternando in modo casuale i due trattamenti dopo otto settimane ciascuno e questo creava un po’di problemi.

Mentre in un altro studio condotto in Ghana – che si concluderà ad aprile 2020 dopo due anni – alcuni pazienti hanno deciso di continuare ad assumere la mucuna nonostante i neurologi avessero proposto loro entrambe le alternative di cura. Erano pazienti con malattia di Parkinson, mai trattati prima con farmaci”.  In generale Cilia spiega che i risultati degli studi – tutti di non inferiorità rispetto al trattamento standard con i medicinali in commercio – sono stati positivi, con benefici discreti rispetto all’atteso.

I prossimi passi

Il prossimo passo sarà fare studi multicentrici su popolazioni più ampie per avere dati più forti e individuare potenziali effetti collaterali più rari. Inoltre, dopo avere studiato l’ecotipo che presentava la dose più omogena di levodopa (che pare essere quella nera) un’altra sfida sarà stilare consigli su come coltivare la pianta e gestirla, in modo da renderne omogeneo l’utilizzo anche a livello ospedaliero, per garantirne l’approvvigionamento e la sostenibilità nel lungo termine.

“Stiamo lavorando anche con agronomi locali – conclude Cilia – per consigliare il personale locale a creare piantagioni di mucuna che possano garantiscano una sostenibilità nel tempo di tale trattamento. È importante tuttavia ricordare che tale trattamento potrà essere consigliato su larga scala solo dopo averne testato la sicurezza a lungo termine”.

Fonte : AboutPharma

PARKINSON – possibile alternativa vegetale alla levodopa di sintesi

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