“Il 2019 sarà l’anno in cui il veganesimo diventerà mainstream”

La previsione è di John Parker, firma del The Economist, secondo cui a guidare il cambiamento saranno i millennials, inevitabilmente seguiti da aziende e governi. A farglielo ipotizzare è quel 25% di americani di età compresa tra i 25 e 34 anni che affermano di essere vegani o vegetariani, oltre all’andamento dei consumi alimentari. Negli Usa, le vendite di alimenti vegani registrate fino a giugno 2018 erano aumentate dieci volte più velocemente rispetto a quelle del food nel suo complesso (per inciso McDonald’s che ha iniziato a vendere hamburger McVegan…).

L’Italia: l’indagine Eurispes

In Italia la situazione è in movimento. Il 6,2% dei cittadini dichiara di essere vegetariano, secondo l’ultimo rapporto Italia Eurispes 2018, valore in crescita di 1,6 punti percentuali rispetto all’anno precedente, dopo l’andamento altalenante degli ultimi anni. I vegani invece sarebbero in calo, anche se secondo Sauro Martella, fondatore e ideatore dello standard “veganok” si tratta di un dato errato, a causa dei bias dell’indagine Eurispes. La percentuale, in base al loro campione più ampio, sarebbe ben diversa.

…e dell’Oi

Nel complesso la percentuale di italiani che negli ultimi cinque anni ha adottato un regime alimentare “veg” si aggira tra il 7 e l’8 per cento. Creando un mercato che, secondo l’Osservatorio immagino (Oi) Nielsen Gs1 Italy, varrebbe 850 milioni di euro. Sempre secondo l’Oi, i dati relativi a giugno 2018, mostrano un trend in aumento dell’8,9% dei prodotti definiti identitari, che riportano in etichetta o sul packaging claim e loghi come “idoneo a uno stile di vita vegetariano”, “idoneo ad uno stile di vita vegano”, “halal”, “kosher”, “biologico”, generando oltre 2,3 miliardi di euro di vendite. Il trend dunque va verso i prodotti “veg”.

Lo studio di Bmj

Qualche anno fa due ricercatori pubblicarono un lavoro sul British medical Journal (“Why can’t all drugs be vegetarian?”), in cui sollevarono il problema della presenza di derivati animali nei farmaci di assistenza primaria, chiedendosi se fossero idonei ai vegetariani e a chi, per motivi religiosi, dovrebbe astenersi dall’assumere particolari tipi di carne. Su cento farmaci tra i più comunemente prescritti nel gennaio 2013 dalla Nhs business services authority, 74 contenevano almeno uno o più tra lattosio, gelatina o magnesio stearato. Eccipienti che possono essere di derivazione animale o averne traccia per via del processo produttivo. I pazienti dunque ingerivano involontariamente medicinali contenenti prodotti di origine animale senza che il medico prescrittore o il farmacista ne fossero a conoscenza.

Eccipienti e principi attivi nel mirino: la vitamina D

Oltre a queste, altre sostanze “incriminate” possono trovarsi tra i prodotti considerati più “naturali”, come miele, propoli, pappa reale, ecc., tutte sostanze non vegan, essendo prodotte dalle api. L’alcol può essere un problema per motivi religiosi e alcuni coloranti, come la cocciniglia (E120), possono essere di origine animale. Tra i principi attivi, invece, la vitamina D, in passato per lo più ricavata dalla lanolina, era non vegan, come spiega Luciana Baroni dirigente medico, specialista in neurologia e presidente della Società scientifica di nutrizione vegetariana (Ssnv). “Oggi invece esistono molte forme, sia in compresse che liquide, per adulti e per bambini, ricavate dai licheni, quindi del tutto adatte ai vegan.

Omega-3, insulina e vaccini

Un discorso analogo vale per gli integratori di Dha (omega-3 a lunga catena), prima solo a base di olio di pesce, mentre oggi sono disponibili anche in forme vegetali ricavate dalle microalghe. D’altra parte, i tessuti dei pesci contengono Dha proprio perché i pesci si nutrono di tali alghe”. Un altro esempio sono le insuline, come ricorda Carlo Manfredi, presidente dell’Ordine dei medici di Massa Carrara, un tempo solo di origine suina, oggi tutte sintetiche. O ancora i vaccini (che possono contenere tracce di uovo o altri derivati animali), l’acido ialuronico (pollame) e l’eparina a basso peso molecolare, di derivazione porcina. “Questo caso in particolare apre anche un dibattito etico – continua Manfredi – perché di eparina esiste anche una versione umana, che però ha un costo più elevato. Giusto spendere di più per andare incontro ai bisogni etici/religiosi di un cittadino?”.

La prima soluzione: l’etichetta

“Il problema esiste – conferma Baroni – in diversi casi poi la situazione è complicata dal fatto che una data sostanza può essere di origine animale oppure vegetale e quindi, anche leggendo la composizione, non si può sapere la sua provenienza, a meno che non sia indicata in modo esplicito”. Inoltre il processo produttivo non viene mai rivelato dall’azienda, per cui l’utente finale non può sapere se nella lavorazione sono state usate anche sostanze di origine animale. Per questo secondo Baroni non c’è alcun bisogno di una certificazione, ma basterebbe una chiara indicazione da parte del produttore sull’origine delle sostanze in etichetta “e, meglio ancora sarebbe – continua – apporre una scritta del tipo ‘adatto ai vegan’. Questa dicitura appare oggi abbastanza spesso quando si acquista online, nelle schede del prodotto, specie sui siti esteri”.

Scelta di vita

Una soluzione condivisa anche dagli autori dell’articolo pubblicato sul Bmj, che chiedevano appunto di specificare sulla confezione l’origine delle sostanze contenute. “Queste informazioni nei medicinali sono difficili da ottenere, poco chiare, riportate in modo incoerente e talvolta errate” scrivono. “Ai fabbricanti dell’Ue è attualmente vietato fare dichiarazioni in merito all’idoneità per vegetariani o vegani sugli opuscoli informativi, in quanto si ritiene che siano ‘scelte di vita’. Una modifica a questa regola sarebbe facile da attuare e migliorerebbe la scelta del paziente”.

Troppa burocrazia

Ma non è una soluzione così immediata, come conferma anche Sauro Martella, che tra le attività per facilitare i vegani nella scelta dei prodotti in farmacia, oltre a organizzare corsi di formazione per farmacisti provò a chiedere ai produttori una sorta di marchio per riconoscere i prodotti privi di sostanze di derivazione animale. Premesso infatti, che non possono esistere per definizione farmaci certificati vegan, perché tutti vengono testati su animali e vanno contro la loro etica, molti di loro chiedono almeno di essere messi nelle condizioni di poter evitare i prodotti che contengono sostanze di origine animale.

Muro normativo

Martella spiega che avrebbe voluto indicare le aziende che non usano sostanze animali, ma senza buon esito. “Ci siamo trovati di fronte a un muro normativo, perché un medicinale non può riportare questa caratteristica” spiega. “Applicare un marchio simile era considerato come una sorta di messaggio pubblicitario. I produttori ci hanno riferito di aver trovato difficoltà nel passare attraverso maglie burocratiche che si prestavano a interpretazione”.

Scelte religiose

Il lavoro del Bmj inoltre riporta che erano stati segnalati casi di sospensione della terapia senza consultazione dello specialista per evitare l’ingestione di derivati animali, con effetti avversi documentati. Un esempio fu nel 2013 in Scozia una campagna per vaccinare i bambini contro l’influenza, interrotta a causa della preoccupazione, nella comunità musulmana, dovuta alla presenza di gelatina di maiale all’interno del vaccino. Preoccupazione condivisa anche da gruppi etnici come riportano gli autori, che spiegano come questo abbia spinto l’Arabia Saudita e la Malesia a collaborare alla produzione di gelatina di cammello nel tentativo di soddisfare la crescente domanda di prodotti non-porcini.

Buddisti, induisti, musulmani ed ebrei

Questo però non significa che gruppi di religioni diverse non si curino. “Tra chi per motivi religiosi ha problemi ad assumere particolare alimenti – spiega Alfredo Vannacci, professore di farmacologia presso l’Università di Firenze e responsabile scientifico dell’Unità di monitoraggio delle reazioni avverse ai farmaci e farmacoepidemiologia – vi sono i buddisti che però sono sostanzialmente tolleranti e non si preoccupano dei prodotti animali nei farmaci. Gli induisti che devono evitare i prodotti di derivazione bovina, gli islamici che devono evitare i prodotti di origine suina e gli ebrei che devono assumere prodotti con classificazione kosher, molto più complicata.

“Purificazione industriale”

Esistono però strutture religiose sovranazionali che emanano liste di farmaci consentiti. Per esempio nel caso dell’Islam, anche se vengono utilizzate sostanze di origine suina durante la preparazione che renderebbe i prodotti impuri, il fatto che vengano sottoposti a processi produttivi industriali in un certo senso li purifica. Per gli ebrei osservanti invece non mi risulta esistano farmaci certificati. Ma si curano lo stesso, li assumono sapendo di aver commesso un atto di impurezza religiosa. In Italia ho valutato questo problema per interesse personale, ma non ho mai avuto sentore che ci fosse un problema reale. La maggior parte della letteratura che ho visto sul tema è inglese e indiana”.

Eliminare i derivati animali?

Una soluzione sarebbe eliminare, ove possibile, i derivati dalla carne dai medicinali. Quasi tutte le sostanze “critiche” infatti, esistono anche in versione vegetale o di sintesi, come spiega Baroni, basterebbe quindi sostituirle. “Sarebbe anche un aiuto per chi soffre di intolleranze e un miglioramento dal punto di vista igienico” continua. Modifica non così facile però quando si parla di farmaci. Cambiare un prodotto registrato con una determinata formulazione, significherebbe infatti rifare parte degli studi registrativi perché non è detto che alterandone la composizione, farmacocinetica e dinamica restino le stesse.

Meno vincoli per gli integratori

Diverso è il caso degli integratori, per cui i produttori hanno molta più libertà di scelta. A iniziare dalla composizione dei prodotti per finire con le indicazioni in etichetta. “In questo caso l’azienda è libera – precisa Vannacci – non deve sottostare alla normativa che vincola il farmaco. Se vuole può usare una capsula di metilcellulosa che ha creato a partire da una linea produttiva in cui non c’è neanche una molecola di prodotto animale. Ne fa verificare la composizione e certifica il prodotto. Alcune aziende di integratori lo stanno già facendo in maniera autonoma, perché hanno interesse a coprire quella fetta di mercato. C’è una parte di consumatori che magari a parità di proprietà salutistiche preferisce acquistare prodotti ‘vegan friendly’ se disponibili”.

Le sostanze “a rischio”

Tra le sostanze non amate da popolo veg e alcuni gruppi religiosi, uno dei più comuni è il lattosio, ormai messo al bando anche a causa delle crescenti intolleranze. Derivato dal latte vaccino, viene tradizionalmente estratto con caglio bovino. È usato come eccipiente, riempitivo e diluente in polvere e come aiuto nella produzione di farmaci. Alcuni produttori ora usano processi vegetariani per estrarre il lattosio dal latte, portando a una potenziale confusione. La gelatina è ampiamente usata per incapsulare i farmaci. Se derivata dai maiali può essere un problema per alcuni musulmani ed ebrei. Il più grande organismo di certificazione kosher, la divisione kosher dell’Unione ebraica ortodossa, non accetta la gelatina suina mentre altre organizzazioni ebraiche sono più permissive.

L’intervento dell’Oms

Nel 1995, l’Organizzazione mondiale della sanità ha tenuto un seminario per discutere il consumo di prodotti porcini contenuti nei farmaci da parte di musulmani. Hanno concluso che la gelatina formata dalla trasformazione di ossa impure era di per sé pura e l’ingestione di tali prodotti era permessa. Oggi sono disponibili anche capsule vegetali, come quelle prodotte da Sochim SoftGels – divisione di Sochim International Spa impegnata nella ricerca, nello studio e nella commercializzazione di materie prime di origine naturale per l’industria nutrizionale e dietetica, cosmetica e alimentare – richieste in particolare dai mercati di Inghilterra e Stati Uniti. Un altro ingrediente comune è il magnesio stearato, un lubrificante utilizzato nella lavorazione delle compresse, che migliora la solubilità dei farmaci. Storicamente proveniva dal grasso di mucche, maiali e pecore, ma ora può anche essere prodotto da sostanze vegetali o con metodi di sintesi industriale.

L’esempio italiano

Kolinpharma per esempio, è stata una delle prime, già nel 2013, a ottenere una certificazione “halal” e “kosher” per intere linee di nutraceutici. “Abbiamo prodotti per ebrei e musulmani – puntualizzano Emanuele Lusenti e Rita Paola Petrelli, rispettivamente ad e presidente dell’azienda italiana – con una formulazione innovativa, sviluppata dalla nostra unità di ricerca e sviluppo, che utilizza sostanze attive ed eccipienti certificati all’origine. C’è poi un ente che controlla e valuta tutte le materie prime”. Questi prodotti sono facilmente riconoscibili dal consumatore grazie ai marchi “halal”e “kosher” e possono essere utilizzati anche dai vegetariani, essendo praticamente privi di derivati animali. “Ci stavamo certificando anche ‘vegan’ – continua Lusenti – ma ci siamo fermati per una questione di coscienza e di etica. Perché i vegani non vogliono assumere prodotti di un’azienda che ha condotto attività di ricerca su animali. Noi non l’abbiamo mai fatto, ma non possiamo escludere che avvenga in futuro”.

 

Fonte  : AboutPharma

“VEGANESIMO” – farmaci e integratori : quali sono giusti ?

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